«Nella foschia relativistica dei media partecipativi tutto è una questione di opinione: ognuno può dire la sua. È questa la democrazia, dopotutto! E così persino un ex gigante delle pubbliche relazioni come Richard Edelman è costretto ad ammettere mestamente: «In quest'era di esplosione delle tecnologie mediatiche non c'è alcuna verità, eccetto quella che ti crei per te stesso».
Douglas Rushkoff, Presente continuo - Quando tutto accade ora
a margine delle attività che si fanno in classe (ma non solo) · integrabile ed integrato con facebook & il sito-deposito
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mercoledì 13 agosto 2014
sabato 18 gennaio 2014
Schedati anche dalle ricerche
Scrive Roberto Casati a pag. 117 di Contro il colonialismo digitale - Istruzioni per continuare a leggere
Se cerchi informazioni su Gobetti e sei un progressista a Venezia riceverai risultati differenti da quelli che riceve un conservatore a Messina. Google analizza le tue ricerche passate per costruire un modello del tuo io online cui offrire dei risultati di cui anticipa che saranno pertinenti per te. Il modello è un filtro che ci nasconde una fetta di realtà, rimandandoci di continuo l'immagine delle nostre preferenze. Il meccanismo di retroazione è rapido e temibile: Google costruisce un modello sulla base dei tuoi click ed altri dati, ti propone delle risposte, tu fai click sulle risposte che propone, visto che le trovi pertinenti, nutrendo a tua volta il modello, che ti propone a sua volta altre risposte sempre più «pertinenti», eccetera. Alla fine, è inevitabile, l'orizzonte delle risposte si restringe perché le tue risposte convergono. Google News impara quali sono le tue preferenze ideologiche e richiude a poco a poco l'orizzonte al di là del quale forse ogni tanto vale la pena di guardare.
venerdì 3 gennaio 2014
Le idee vanno condivise
Marcello aveva tentato di farle capire che le idee sono tali in quanto tu puoi comunicarle agli altri, che se le tieni per te non servono a nulla, anzi, non sono nemmeno idee.
(Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale)
(Luciano Bianciardi, Il lavoro culturale)
giovedì 2 gennaio 2014
«Non c'è plurale nel mondo di un figlio unico»
A Maurizio non veniva così facile dire «noi», perché non c'è plurale nel mondo di un figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l'unica misura di se stesso. A Cabras col «noi», invece, bisognava farci i conti, perché i suoi nonni, i vicini di casa dei nonni, i loro figli e i bambini dei loro figli parlavano tutti di sé al plurale con la ronzante fluidità di uno sciame d'api intorno all'alveare.
(Michela Murgia, L'incontro)
(Michela Murgia, L'incontro)
lunedì 1 aprile 2013
Confronti
Gli italianisti storceranno il naso ma la curiosità mi rimane: c'è chi si è letto con attenzione "I Malavoglia" di Verga e "Il seggio vacante" di J. K. Rowling che abbia tentato di paragonare la vita di Aci Trezza con quella di Pagford?
Ci trovo dinamiche estremamente vicine e a tratti inquietanti.
Mi tengo lo spunto per qualche "tesina" da maturità...
Ci trovo dinamiche estremamente vicine e a tratti inquietanti.
Mi tengo lo spunto per qualche "tesina" da maturità...
sabato 7 luglio 2012
Fuori registro
«Tra tutti i ripetenti, l'insegnante è il più ripetente di tutti. Gli studenti, come sassi di una fionda, fanno un po' di giri e poi finiscono via. L'insegnante resta, anno scolastico dietro anno scolastico, imbambolato dalla giostra su cui è salito a sei senza sapere che non ne sarebbe sceso più».
Ricordo con piacere la lettura di questo romanzo di Domenico Starnone, Fuori registro.
È stata un'avventura particolare, quella di quest'anno, con una delle classi qualitativamente meglio impostate (nonostante, all'esame, gli esiti dello scritto di italiano, i peggiori della mia carriera scolastica...) e disposte al lavoro.
Nel momento in cui si chiude l'avventura e penso al prossimo anno, all'idea di far coesistere ancora -seppur con qualche difficoltà di agenda- presidenza, sindacatura ed insegnamento, beh, resto sempre più convinto del fatto che io non riesca a fare a meno dello stare in classe, del discutere con fanciulle e fanciulli che diventano grandi, del costruire insieme un pezzo di strada leggendo e commentando le parole di altri, già grandi, che ci hanno preceduto.
Un modo come un altro per dire che a settembre si ricomincia, dalla terza (A, naturalmente), e che spero questo blog potrà servire ancora.
martedì 16 agosto 2011
Scampoli #2
Ecco perché il cittadino virtuoso che si applicasse veramente e che vivesse per l'interesse generale, non ne ricaverebbe per sé un magro vantaggio, perché non solo vivrebbe così in un modo più umano conformemente alla sua natura ma, per di più, si renderebbe, per quanto possibile, simile alle specie più perfette di lui. Inoltre preserverà meglio i suoi affari privati se anteporrà ad essi l'interesse generale e non questi all'interesse generale; infatti quando gli affari pubblici sono ben organizzati, allora sia questi che quelli privati sono di natura tale da essere perfettamente salvaguardati; ma quando ciò che è privato si separa dall'interesse generale, sono entrambi distrutti.
Pletone, Trattato delle virtù, 11
Scampoli
C'è nelle scuole una linea didattica che ha ad una estremità la situazione tipica da liceo classico (che io chiamo l'obitorio della scuola italiana): un insegnante che parla per cinque ore, una classe in silenzio. Quando mia figlia se ne lamenta e io le chiedo «tu che fai?» lei risponde «ma io non ascolto».C. Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, pag. 66
martedì 19 aprile 2011
Leggere gratis
Segnalo che è disponibile online, gratuitamente fino al 31 agosto, l'edizione elettronica del quotidiano della Santa Sede.
domenica 20 marzo 2011
Vedere di più, sentire di meno
Una delle tendenze della nostra epoca è di usare la sofferenza dei bambini per screditare la bontà di Dio, e una volta screditata la sua bontà, aver chiuso il conto con Lui. Gli Alymer che Hawthorne vedeva come una minaccia si sono moltiplicati. Occupati nel rimuovere l'imperfezione umana stanno facendo progressi anche riguardo alla materia prima del bene. Ivan Karamazov non può credere finché ci sia un solo bambino che soffre; l'eroe di Camus non può accettare la divinità di Cristo per via del massacro degli innocenti. In questa pietà popolare si guadagna in sensibilità e si perde in visione. Se sentivano meno, altre epoche vedevano di più, anche se vedevano con l'occhio cieco, profetico, insensibile dell'accettazione, vale a dire della fede. Ora in assenza di questa fede siamo mossi dalla tenerezza. Una tenerezza che da tempo, staccata dalla persona di Cristo, è avvolta nella teoria. Quando la tenerezza è separata dalla sorgente della tenerezza, la sua logica conseguenza è il terrore. Finisce nei campi di lavoro forzato e nei fumi delle camere a gas.
Flannery O'Connor, Un ricordo di Mary Ann, Milledgeville Georgia, 8 dicembre 1960 in Il volto incompiuto - Saggi e lettere sul mestiere di scrivere, pag.99-100
martedì 1 marzo 2011
La predominanza del bianco
Leggiamo in quinta un articolo sull'importanza degli spazi bianchi nella produzione libraria del nostro paese.
Una prospettiva nuova, per considerare anche il non-scritto come spazio di comunicazione, davvero importante.
Una prospettiva nuova, per considerare anche il non-scritto come spazio di comunicazione, davvero importante.
domenica 27 febbraio 2011
Opinioni...
«Il male non è che tutti oggi possano dire la loro, si esprimano, trovino uno spazio per affermare le loro idee; il male è che tutti siano parimenti trattati da competenti, e che tutto quel che ognuno dice sia parimenti giudicato valido, buono, degno. Il messaggio che passa è che tutti i giudizi, le idee, i pareri, le domande, le risposte, le richeste, le analisi, le barzellette... sono sullo stesso piano.
Tutti parlano, beati di poter parlare. Nessuno si chiede se quel che sta per dire abbia un senso o una sua ragione per essere detto. E, d'altra parte, nessuno giudica più chi parla, né funge minimamente da filtro. È come se nel mondo se ne fossero andati tutti, ma avessero lasciato milioni e milioni di microfoni. Una specie di landa desolata, una terra piatta desertificata, irta di esili steli neri: un immenso, smisurato deserto di microfoni. E voci che si sprigionano, senza più nessuno dietro, libere ma tragicamente sole, sperdute. Nessuno che dia la parola a nessuno, ma tutti che se la prendono.
Si parla. Si parla anche se non si ha niente da dire. Forse si parla soltanto per poter dire: ce l'abbiamo fatta a parlare anche noi, a entrare in quei luoghi che una volta erano così sacri (la radio o la tivù) e che oggi lo sono ancora ma in un altro modo, in quanto luoghi pubblici, mezzo di comunicazione e quindi cassa di risonanza, palco, scena ideale per mettersi in mostra, apparire, esserci».
(P. Mastrocola, Togliamo il disturbo, p. 91)
Un passo di una attualità e di una verità sconcertanti, per quanto mi riguarda...
domenica 20 febbraio 2011
Nativi digitali: due parole per pensare
Per il post numero 1101 di questo blog, l'articolo di Paolo Ferri "I nativi digitali, una razza in via di evoluzione".
Pubblicato nelle pagine 146-153 di Tirature '11, dà interessanti spunti di riflessione per chi, come un prof, ha a che fare con le giovani generazioni e se ne dispone, etimologicamente, all'e-ducazione.
Pubblicato nelle pagine 146-153 di Tirature '11, dà interessanti spunti di riflessione per chi, come un prof, ha a che fare con le giovani generazioni e se ne dispone, etimologicamente, all'e-ducazione.
sabato 1 gennaio 2011
«Non sai guardare perché non conosci i nomi.»
Nick Shay, il protagonista di Underworld, dialoga con il suo insegnante Padre Paulus, gesuita.
– Talvolta penso che l’educazione che dispensiamo qui sia più adatta a un cinquantenne che ha capito di aver mancato il bersaglio al primo giro. Troppe idee astratte. Verità eterne a destra e a sinistra. Ti servirebbe di più guardarti una scarpa e nominarne le parti. A te in particolare, Shay, visto da dove vieni.
Questo parve rianimarlo. Si sporse sopra la scrivania e fissò, letteralmente, i miei stivali bagnati.
– Sono oggetti orribili, vero?
– Sì senza dubbio.
– Nominami le parti. Coraggio. Qui non siamo così ricercati, non siamo così intellettualmente chic da non poter esaminare uno studente faccia a faccia.
– Nominare le parti, – dissi. – D’accordo. Stringhe.
– Stringhe. Una su ogni scarpa. Procedi.
Alzai un piede e lo girai goffamente.
– Suola e tacco.
– Sì, continua.
Posai di nuovo il piede a terra e fissai lo stivale, che mi parve inespressivo quanto uno scatolone chiuso.
– Procedi, ragazzo.
– Non c’è molto da nominare, le pare? Un davanti e un dietro.
– Un davanti e un dietro. Mi fai venire voglia di piangere.
– La parte arrotolata sul davanti.
– Sei talmente eloquente che devo fare una pausa per riavermi. Hai nominato le stringhe. Come si chiama il lembo sotto le stringhe?
– La linguetta.
– Be’?
– Il nome lo sapevo, soltanto che non l’avevo vista.
Padre Paulus fece il suo piccolo numero, buttandosi a corpo morto sulla scrivania e sussultando lievemente come se fosse in preda a una terribile angoscia.
– Non l’hai vista perché non sai guardare. E non sai guardare perché non conosci i nomi.
Tentennò il capo come per rimproverarmi aspramente, con un gesto teatrale, e si ritrasse dal piano della scrivania, lasciandosi cadere sulla sedia girevole e guardandomi di nuovo prima di fare un quarto di giro deciso e sollevare la gamba destra quel tanto che bastava perché il piede, o meglio la scarpa, trovasse una sistemazione sul bordo della scrivania, punta all’insù. Una normalissima scarpa da prete nera.
– D’accordo, – disse. – Suola e tacco li conosciamo.
– Sì.
– E abbiamo identificato la linguetta e le stringhe.
– Sì, – dissi.
Delineò con il dito una striscia di pelle che attraversava il bordo superiore della scarpa e scendeva sotto la stringa.
– Cos’è? – chiesi io.
– Dimmelo tu. Cos’è?
– Non lo so.
– È il risvolto.
– Il risvolto.
– Il risvolto. E questa sezione rigida sopra il tacco. Questo è il rinforzo.
– E questo pezzo a metà tra il risvolto e la striscia sopra la suola. Questo è il dorso.
– Il dorso, – ripetei.
– E la striscia sopra la suola. Quello è il guardone.
Ripetilo, ragazzo.
– Il guardone.
– Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano. E l’area frontale che copre il collo della scarpa come si chiama?
– Non lo so.
– Non lo sai. Si chiama tomaia.
– Tomaia.
– Ripetilo.
– Tomaia. L’area frontale che copre il collo della scarpa. Credevo di non dover imparare le cose a memoria.
– Sono le idee, che non devi imparare a memoria.
E non prenderci troppo sul serio quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione a memoria aiuta a costruire l’uomo. E la stringa la fai passare attraverso che cosa?
– Questo dovrei saperlo.
– Certo che lo sai. I buchi su entrambi i lati e sopra la linguetta.
– Non mi viene in mente la parola. Occhiello.
– Forse ti lascerò vivere, dopotutto.
– Gli occhielli.
– Sì. E il rivestimento metallico su ciascuna estremità della stringa?
Diede un colpetto all’oggetto in questione con il dito medio.
– Questo non lo saprei neanche tra un milione di anni.
– L’aghetto.
– Neanche tra un milione di anni.
– Il puntale o aghetto.
– L’aghetto, – ripetei.
– E il piccolo anello di metallo che rinforza il bordo dell’occhiello attraverso cui passa l’aghetto. Stiamo facendo la fisica del linguaggio, Shay.
– L’anellino.
– Lo vedi?
– Sì.
– Questa è la guarnizione, – disse.
– Oddio, ragazzi.
– La guarnizione. Imparala, conoscila e amala.
– Sto andando fuori di testa.
– Questa è la conoscenza arcana definitiva. E quando porto la scarpa dal calzolaio e lui la mette su una forma per fare le riparazioni, un blocco di legno a forma di piede. Come si chiama?
– Non lo so.
– Si chiama semplicemente forma da scarpa.
– Mi si sta spaccando la testa.
– Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila, – mi intimò.
– Quotidiano.
– Una parola straordinaria che suggerisce la profondità e la portata del luogo comune.
(...)
Poi tornai nella mia stanza e mi liberai del giubbotto. Volevo cercare le parole sul dizionario. Mi tolsi gli stivali e lanciai il berretto sul lavandino. Volevo cercare le parole. Volevo cercare velleità e quotidiano e impararle a memoria, queste stronze di parole, una volta per sempre, impararne l’ortografia, la pronuncia, ripeterle ad alta voce, sillaba per sillaba – vocalizzare, produrre suoni vocali, emettere suoni, pronunciare le parole per quello che valevano. Questo è l’unico modo al mondo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei.
– Talvolta penso che l’educazione che dispensiamo qui sia più adatta a un cinquantenne che ha capito di aver mancato il bersaglio al primo giro. Troppe idee astratte. Verità eterne a destra e a sinistra. Ti servirebbe di più guardarti una scarpa e nominarne le parti. A te in particolare, Shay, visto da dove vieni.
Questo parve rianimarlo. Si sporse sopra la scrivania e fissò, letteralmente, i miei stivali bagnati.
– Sono oggetti orribili, vero?
– Sì senza dubbio.
– Nominami le parti. Coraggio. Qui non siamo così ricercati, non siamo così intellettualmente chic da non poter esaminare uno studente faccia a faccia.
– Nominare le parti, – dissi. – D’accordo. Stringhe.
– Stringhe. Una su ogni scarpa. Procedi.
Alzai un piede e lo girai goffamente.
– Suola e tacco.
– Sì, continua.
Posai di nuovo il piede a terra e fissai lo stivale, che mi parve inespressivo quanto uno scatolone chiuso.
– Procedi, ragazzo.
– Non c’è molto da nominare, le pare? Un davanti e un dietro.
– Un davanti e un dietro. Mi fai venire voglia di piangere.
– La parte arrotolata sul davanti.
– Sei talmente eloquente che devo fare una pausa per riavermi. Hai nominato le stringhe. Come si chiama il lembo sotto le stringhe?
– La linguetta.
– Be’?
– Il nome lo sapevo, soltanto che non l’avevo vista.
Padre Paulus fece il suo piccolo numero, buttandosi a corpo morto sulla scrivania e sussultando lievemente come se fosse in preda a una terribile angoscia.
– Non l’hai vista perché non sai guardare. E non sai guardare perché non conosci i nomi.
Tentennò il capo come per rimproverarmi aspramente, con un gesto teatrale, e si ritrasse dal piano della scrivania, lasciandosi cadere sulla sedia girevole e guardandomi di nuovo prima di fare un quarto di giro deciso e sollevare la gamba destra quel tanto che bastava perché il piede, o meglio la scarpa, trovasse una sistemazione sul bordo della scrivania, punta all’insù. Una normalissima scarpa da prete nera.
– D’accordo, – disse. – Suola e tacco li conosciamo.
– Sì.
– E abbiamo identificato la linguetta e le stringhe.
– Sì, – dissi.
Delineò con il dito una striscia di pelle che attraversava il bordo superiore della scarpa e scendeva sotto la stringa.
– Cos’è? – chiesi io.
– Dimmelo tu. Cos’è?
– Non lo so.
– È il risvolto.
– Il risvolto.
– Il risvolto. E questa sezione rigida sopra il tacco. Questo è il rinforzo.
– E questo pezzo a metà tra il risvolto e la striscia sopra la suola. Questo è il dorso.
– Il dorso, – ripetei.
– E la striscia sopra la suola. Quello è il guardone.
Ripetilo, ragazzo.
– Il guardone.
– Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano. E l’area frontale che copre il collo della scarpa come si chiama?
– Non lo so.
– Non lo sai. Si chiama tomaia.
– Tomaia.
– Ripetilo.
– Tomaia. L’area frontale che copre il collo della scarpa. Credevo di non dover imparare le cose a memoria.
– Sono le idee, che non devi imparare a memoria.
E non prenderci troppo sul serio quando arricciamo il naso di fronte all’apprendimento a memoria. La ripetizione a memoria aiuta a costruire l’uomo. E la stringa la fai passare attraverso che cosa?
– Questo dovrei saperlo.
– Certo che lo sai. I buchi su entrambi i lati e sopra la linguetta.
– Non mi viene in mente la parola. Occhiello.
– Forse ti lascerò vivere, dopotutto.
– Gli occhielli.
– Sì. E il rivestimento metallico su ciascuna estremità della stringa?
Diede un colpetto all’oggetto in questione con il dito medio.
– Questo non lo saprei neanche tra un milione di anni.
– L’aghetto.
– Neanche tra un milione di anni.
– Il puntale o aghetto.
– L’aghetto, – ripetei.
– E il piccolo anello di metallo che rinforza il bordo dell’occhiello attraverso cui passa l’aghetto. Stiamo facendo la fisica del linguaggio, Shay.
– L’anellino.
– Lo vedi?
– Sì.
– Questa è la guarnizione, – disse.
– Oddio, ragazzi.
– La guarnizione. Imparala, conoscila e amala.
– Sto andando fuori di testa.
– Questa è la conoscenza arcana definitiva. E quando porto la scarpa dal calzolaio e lui la mette su una forma per fare le riparazioni, un blocco di legno a forma di piede. Come si chiama?
– Non lo so.
– Si chiama semplicemente forma da scarpa.
– Mi si sta spaccando la testa.
– Le cose di ogni giorno rappresentano la conoscenza più trascurata. Questi nomi sono vitali per il tuo progresso. Cose quotidiane. Se non fossero importanti, non useremmo una parola così splendida di derivazione latina. Ripetila, – mi intimò.
– Quotidiano.
– Una parola straordinaria che suggerisce la profondità e la portata del luogo comune.
(...)
Poi tornai nella mia stanza e mi liberai del giubbotto. Volevo cercare le parole sul dizionario. Mi tolsi gli stivali e lanciai il berretto sul lavandino. Volevo cercare le parole. Volevo cercare velleità e quotidiano e impararle a memoria, queste stronze di parole, una volta per sempre, impararne l’ortografia, la pronuncia, ripeterle ad alta voce, sillaba per sillaba – vocalizzare, produrre suoni vocali, emettere suoni, pronunciare le parole per quello che valevano. Questo è l’unico modo al mondo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei.
domenica 19 dicembre 2010
Aracnofagia
Trovato per caso in un fascicolo pubblicitario, allegato al Venerdì di Repubblica la scorsa settimana, questo finale del primo capitolo del romanzo sotto citato m'ha incuriosito davvero tanto.
Dan Rhodes, Il bizzarro museo degli orrori, Newton Compton, pag. 12-13
«Alle tre e dieci il vecchio si sveglia di soprassalto al suono secco di legno contro legno da una delle stanze di sotto. Si mette seduto e resta in attesa di qualche altro rumore, ma non sente niente. Punta la sveglia alle cinque, poi si rimette giu e chiude gli occhi. La bocca si apre e il suo respiro riempie di nuovo la stanza, partendo con un sibilo lieve per poi trasformarsi in un rantolo, inspirazioni ed espirazioni talmente indistinguibili da fondersi in una sorta di ronzio ondeggiante.
Un ragno grassoccio avanza lungo il lenzuolo, spiccando nitido su quel bianco acceso. Passa sulla manica della camicia da notte, e qui indugia un po' prima di affrettarsi verso il collo. Nell'attimo in cui la prima delle sue otto zampe marrone scuro gli sfiora la pelle fredda, il vecchio si sveglia di nuovo. Non si muove, ma il rantolo cessa di colpo e il respiro si fa sommesso e lieve. Il ragno fa uno sprint verso la guancia, e rimane immobile per un istante prima di avvicinarsi alla bocca, rimasta spalancata. Si blocca di nuovo, quasi indeciso sulla prossima mossa, poi, con un'agilità che rasenta la grazia, si lancia nel baratro.
La bocca del vecchio si richiude e il ragno corre in tondo, cercando di uscire, ma non c'è scampo dalla lingua sottile che prima lo spinge contro la guancia e poi tra i denti posteriori. Si dibatte aspramente un'ultima volta prima di finire sgranocchiato e ridotto in una poltiglia sabbiosa mentre la lingua lambisce i denti per raccogliere i pezzetti rimasti.
Il respiro rallenta, e il vecchio manda giù i rimasugli. Poco dopo ricomincia il rantolo, dentro e fuori. Tutto come prima».
Dan Rhodes, Il bizzarro museo degli orrori, Newton Compton, pag. 12-13
domenica 10 ottobre 2010
Tentare l'impresa
martedì 31 agosto 2010
"I Barbari" di Baricco – un gran bel sequel...
Ho davvero trovato illuminanti alcune considerazioni che Baricco scrisse nel suo saggio su "I Barbari", tanto che ne ho consigliato la lettura (e ci abbiamo discusso sopra un po'...) con qualche classe degli anni passati; c'è un sequel, altrettanto interessante, pubblicato sul numero di settembre di Wired.Io ci suggerisco, caldamente, un salto.
ps: l'articolo è disponibile anche sul sito di Repubblica
sabato 17 luglio 2010
Vita, si uti scias, longa est.
È pubblicata su L’Eco di Bergamo di stamattina una interessante intervista di Francesco Mannoni a Marco Niada, autore di Il tempo breve (Garzanti, pagine 183, euro 12); ne riprendo un paio di passaggi.
1) sull’accelerazione del tempo

2) sulla nostra nuova (in)capacità di gestione del tempo
Tornano alla mente le parole di un classico, con cui è spesso faticoso confrontarsi (in sede di esame di maturità) ma che ha offerto, nel De brevitate vitae, elementi inetressanti di rilessione: "Vita, si uti scias, longa est. Exigua pars est vitae qua vivimus. Ceterum quidam omne spatium non vita, sed tempus est" (La vita, se la si sa impiegare (bene), è lunga. Esigua è la parte di vita che viviamo. Tutto il resto dell'esistenza non è vita, ma è tempo). Me ne accorgo anch'io, quando mi prendo il tempo per superare la concitazione dei giorni appena trascorsi, quando riesco ad uscire dalla galleria degli "occupati" (sempre senecanamente parlando) e (ri)trovo il tempo per tornare a scrivere qualcosa sul blog; c'è bisogno di un po' di slow-thinking, di tanto in tanto...
ps: e prendo l'occasione per tornare a suggerire questo libro di S. Kern, davvero un capolavoro, a mio avviso...
1) sull’accelerazione del tempo

«Le grandi tappe che hanno impresso accelerazione al tempo sono state tre: l'orologio meccanico, la macchina a vapore e Internet. Il primo, nato a cavallo del 1300, ha creato l'ora eguale e quindi ha permesso di misurare anche la notte, coadiuvato dalle clessidre a sabbia che hanno permesso una sotto-segmentazione delle ore. L'orologio ha raggiunto una precisione al secondo attorno al XVIII secolo, in tempo per l'arrivo dell'invenzione seguente: il treno a vapore. Questo, con tutti i derivati successivi, automobilistici e aerei, ha accelerato talmente la velocità degli spostamenti da portare alla cancellazione dell'ora locale e a una crescente standardizzazione del tempo con la divisione in meridiani. Internet ha dato il colpo fatale, con il virtuale azzeramento della relazione tra spazio e tempo, che ci permette di essere assolutamente ubiqui e gestire la giornata a piacere, conservando messaggi a cui rispondere in tempi successivi o rispondendo in tempo reale indipendentemente dal fuso orario in cui ci troviamo. Internet viaggia quasi alla velocità della luce e ci permette ormai di operare nel business "alla velocità del pensiero"».
2) sulla nostra nuova (in)capacità di gestione del tempo
«Con l'arrivo dei telefoni intelligenti e Internet il nostro tempo privato è sempre più mescolato a quello del lavoro, dato che non riusciamo più a porre barriere agli stimoli che ci arrivano dall'esterno. Dunque siamo sempre più eterodiretti ed eterogestiti nostro malgrado. I network sociali come Facebook e Twitter, le informazioni 24 ore su 24, gli sms, le telefonate degli amici ci tengono in uno stato di eccitazione continua anche fuori dal lavoro. A questo punto tutto diventa estremamente difficile perché, anche se riuscissimo a mantenere un controllo delle nostre priorità, potremmo essere percepiti dagli altri come pigri, maleducati o arroganti. Internet obbliga a una disponibilità assoluta verso il prossimo, come l'allattamento a piacere dei neonati».
Tornano alla mente le parole di un classico, con cui è spesso faticoso confrontarsi (in sede di esame di maturità) ma che ha offerto, nel De brevitate vitae, elementi inetressanti di rilessione: "Vita, si uti scias, longa est. Exigua pars est vitae qua vivimus. Ceterum quidam omne spatium non vita, sed tempus est" (La vita, se la si sa impiegare (bene), è lunga. Esigua è la parte di vita che viviamo. Tutto il resto dell'esistenza non è vita, ma è tempo). Me ne accorgo anch'io, quando mi prendo il tempo per superare la concitazione dei giorni appena trascorsi, quando riesco ad uscire dalla galleria degli "occupati" (sempre senecanamente parlando) e (ri)trovo il tempo per tornare a scrivere qualcosa sul blog; c'è bisogno di un po' di slow-thinking, di tanto in tanto...
ps: e prendo l'occasione per tornare a suggerire questo libro di S. Kern, davvero un capolavoro, a mio avviso...
domenica 11 aprile 2010
Autunnale barocco
Leggo compulsivamente poesia italiana contemporanea e trovo questo bel testo di Angelo Maria Ripellino.
Non si accorgeranno nemmeno di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto,
in questa fiera di gattigrù delle lettere.
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pollivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuole bere.
Non si accorgeranno nemmeno di quello che hai scritto.
Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi.
Resterai sguattero, guitto,
in questa fiera di gattigrù delle lettere.
Sei un viluppo di piume, una balla di fieno,
carica di gorgheggianti uccellini.
Ma per chi cantano? Chi mai li ascolta?
Merda. Sarebbe meglio scrivere
novelle per pollivendoli, romanzi zuccherini,
storielle piovose, canzoni da balera.
Ma è tardi ormai. Scriverai ancora versi,
questa feccia di vino che nessuno vuole bere.
sabato 20 marzo 2010
Se niente importa
Ci sono libri che vorrei non aver mai letto ma che, contemporaneamente, mi pentirei se non avessi letto.
Direi che è proprio il caso di "Se niente importa", uno dei volumi più angoscianti/appassionanti che mi sia capitato tra le mani da un po'...
L'autore è una garanzia.

ps: qui, un intervento pubblicato da Repubblica
Direi che è proprio il caso di "Se niente importa", uno dei volumi più angoscianti/appassionanti che mi sia capitato tra le mani da un po'...
L'autore è una garanzia.
ps: qui, un intervento pubblicato da Repubblica
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