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venerdì 15 agosto 2014

Al termine di un cammino

Rileggo, in questi giorni in cui sto terminando l'esperienza di presidente della Misericordia Maggiore di Bergamo, la relazione che accompagna l'ultimo bilancio approvato dal consiglio di amministrazione, che si rinnoverà il prossimo 2 settembre, soffermandomi in particolare sulle pagine finali.
È una soddisfazione poter guardare al tempo trascorso con la consapevolezza dell'impegno che, nella collaborazione tra ruoli e persone diverse, è stato profuso anche in questi primi 10 anni di vita "da fondazione", gli ultimi di una storia pluricentenaria che il prossimo anno traguarderà il quarto di millennio.
Ci pensavo anche stamattina in Basilica, mentre il Vescovo al termine della Messa Solenne per l'Assunta ringraziava l'"opera pia" ricordandone i meriti della storia e le attività del passato più recente.
Tra le grandi fortune che ho incontrato nella mia vita, dalla famiglia alla professione, dagli incarichi amministrativi alle relazioni di amicizia e colleganza, iscrivo anche questi 10 anni alla MIA: la sua grandezza, reale ed ideale, permette a ciascuno di confrontarsi meglio con sé stesso, facendo maturare – così è stato per me – la consapevolezza sia della necessità di un impegno da spendere come "con-sorti", sia del proprio limite rispetto a un'istituzione così grande e radicata, sia del bisogno a saper corrispondere, nel quotidiano, agli ideali così alti e profondamente umani che chi ci ha preceduto ha voluto come costitutivi della MIA.

giovedì 14 agosto 2014

Grazie, prof Keating

Ho letto con grande piacere questo articolo: il prof d’Avenia, quello che molti delle e degli adolescenti che conosco vorrebbero con sé in classe, riferisce come abbia influito sulla sua scelta di vita anche l’incontro al cinema con il prof Keating.
Anche per me si è trattato di un incontro importante, ma io non ero 16enne come d’Avenia quando vidi il film per la prima volta.
Avevo appena terminato il servizio civile e stavo iniziando ad insegnare, nella scuola in cui sono ancora adesso e dove avevo frequentato il liceo. Tornavo nelle stesse aule e negli stessi corridoi (penso soprattutto alla vetrata-acquario che era il “corridoio del biennio”, che non c’è più…) con le stesse vetrinette datate di materiali scientifici e i laboratori di chimica e di fisica, giù, in fondo, quasi inaccessibili allora come lo erano stati ai miei tempi, da studente.
Iniziare ad insegnare con il prof Keating davanti a sé sembrava un compito arduo; anch’io, come lui, tornavo nella stessa scuola che avevo lasciato qualche anno prima ma, per fortuna, non c’erano né annuari né foto di classe appese alle pareti dei corridoi…
Ovvio, mi aveva colpito quel prof e mi aveva in qualche modo rassicurato quando a volte qualche comportamento magari un po’ eterodosso per la pedagogia ufficiale faceva capolino anche nel mio agire quotidiano. Ma soprattutto mi aveva dato la spinta da una parte a condividere con i miei alunni (e, in quegli anni iniziali, eravamo quasi coetanei…), la responsabilità della scoperta del valore formativo dell’esperienza scolastica, nonostante (o forse meglio, grazie anche a) i paradigmi dei verbi irregolari e i TVB (test veloci e bastardi) che sono rimasti – pur se molto annacquati – anche oggi nelle mie classi. Mi aveva regalato, il prof Keating, l’emozione della condivisione del successo e dell’insuccesso dei miei alunni, una attitudine alla “spiegazione empatica” che talora produce risultati davvero straordinari, la volontà di sfidare i compromessi (dall’ode alla zanzara alla descrizione della pattumiera di casa) per guadagnare un punto più avanzato di relazione con ciascun alunno.
Riguardo indietro e non posso che ringraziare; se sono un prof meno peggiore di quanto sono e sarei potuto essere, beh, è solo grazie al prof Keating.

sabato 4 gennaio 2014

A proposito dell'(ab)uso di Instagram

Ha scritto Roberto Cotroneo nella sua rubrica su Sette ieri, 3 gennaio 2014

È chiaro che questo esporsi è un modo per combattere l'angoscia dell'assenza, è un modo per colorare con tinte acide un quotidiano immobile che fissiamo di continuo, come un discorso che non arriva da nessuna parte. (...)
Il mondo dove vivo, gli oggetti che mi circondano, i muri della mia casa, le finestre sui miei cortili ora sono di tutti, perché niente di ciò che mi circonda è più mio. Così l'intimità diventa una forma capovolta di distanza, l'intimità è estraneità, un pensiero che torna a se stesso senza guardare oltre. Non è un caso che si scattino solo foto del proprio volto. Non è un caso che l'obiettivo più usato sugli smartphone sia quello frontale: lo schermo del proprio cellulare fa da specchio e non finestra sul mondo. 

domenica 3 novembre 2013

Commemorazione Ufficiale - Treviglio, 4 novembre 2013

“Mi piace” e “Condividi”.
Per chi utilizza i social network, e Facebook in particolare, questi sono due pulsanti molto conosciuti. Sono entrati poco alla volta nelle nostre vite, inizialmente con la diffidenza di molti, ed oggi sembrano essere il grande business della rete 2.0.
Il “mi piace” ci permette di esprimere un apprezzamento immediato a una notizia, un evento, uno stato, un’immagine, una comunicazione: siamo vicini a chi ha scritto, postato, taggato qualcosa e diciamo un “ci sono anch’io”, “sappi che la penso allo stesso modo”, “mi hai coinvolto”.
Il passo ulteriore, che ci impegna un po’ di più è il pulsante “condividi”: oltre a essere vicini, pubblicamente, con il nostro apprezzamento, ci prendiamo l’impegno di promuovere quella stessa notizia, evento, stato, immagine o comunicazione e diventiamo, con le risorse che ci sono messe a disposizione, diffusori e sponsor di quanto intendiamo condividere.
Magari il “mi piace” e il “condividi” durano lo spazio di un momento; capita che ci dimentichiamo in fretta di quell’apprezzamento e di quella condivisione, così vera nel momento in cui clicchiamo sul pulsante, così facile ad essere dimenticata se non profondamente vissuta.
Quella di oggi, nei pro e nei contro che ciò può comportare, non è una cerimonia “2.0”: non si tratta di essere presenti per esprimere un virtuale “mi piace” o “condividi”. Si tratta invece di ripercorrere nella memoria – sempre più lontana e per questo sempre più in pericolo – tratti di strade, storie, vicende, tempi e luoghi che sono depositati in un ricordo ancora vivo, nonostante il tempo o forse, proprio perché sfidato dal tempo.
Mi domando spesso se oggi, pur nelle mutatissime condizioni in cui ci troviamo a vivere, saremmo in grado di compiere scelte così radicali e così forti come quelle di coloro di cui oggi facciamo memoria; è difficile, impossibile, dare una risposta sicura; interpretare però i segnali che giorno per giorno lasciamo come traccia del nostro passaggio può essere d’aiuto.
Ho letto con vero interesse, lo scorso 25 ottobre, questa lettera di una giovane ragazza 22enne studentessa di medicina, Gaia Pedicini, indirizzata alla rubrica “Per posta” de Il Venerdì di Repubblica:
Oggi ero alla stazione e aspettavo un treno per tornare a casa che portava la solita mezz'ora di ritardo. Guardavo il gruppo di studenti che era con me, tutti stanchi, tutti più o meno sorridenti, abbastanza pazienti e rassegnati e improvvisamente credo di aver capito che cosa abbiamo noi giovani italiani che non va: siamo abituati alle cose che non funzionano bene. Ci abbiamo fatto il callo, è la nostra normalità. Ci sorprendiamo quando un treno o un autobus arrivano in orario, nella stessa misura in cui riteniamo una gran botta di culo (mi si perdoni l’espressione) trovare un lavoro dignitoso al termine di un percorso di studi. Ci stupiamo per piccole cose: se uno sconosciuto è gentile con noi, se una lettera spedita arriva a destinazione in un tempo ragionevole, se un professore risponde a una mail entro un paio di giorni.  Alzare le spalle pensando «è così che funziona» non è uno stimolo a essere persone migliori, anzi se possibile ci rende molto autoindulgenti quando siamo peggiori di come potremmo e dovremmo essere. Sono ancora abbastanza idealista da credere che sia il piccolo miglioramento individuale di ciascuno a costruire un miglioramento collettivo.
E chiude con un’amarissima constatazione:
Il problema è che le nostre aspettative sono basse, perché ci siamo abituati a pretendere poco sia dalla realtà che ci circonda, sia da noi stessi, e il nostro impegno a poco a poco è diventato proporzionato alle nostre aspettative.
C’è davvero da apprezzare la lucidità dell’analisi, che contribuisce a dare una risposta alla domanda che ci stavamo ponendo, ma c’è anche da riflettere sulla necessità che obiettivi alti, missioni difficili ed imprese complesse possano e debbano tornare a costituire l’orizzonte di riferimento della nostra azione all’interno della comunità civile.
Se penso quindi alla situazione della Grande Guerra, al carico di ideali e di passione che tanti italiani hanno saputo individuare nel loro agire e – come abbiamo avuto modo di vedere anche negli scorsi anni e nelle parole di chi mi ha preceduto – come tutta la nostra Città abbia saputo condividere lo sforzo bellico, nella solidarietà ai più deboli e bisognosi, ecco, se penso a questi fatti trovo non tanto i limiti quanto il vantaggio del fatto che questa non sia una cerimonia “2.0”. Non si tratta, infatti, di contrapporre modernità a memoria, presente e tecnologia a passato e arretratezza, ma di cogliere dalla riflessione attenta, anche nell’oggi, le possibilità, i valori, gli esempi di un tempo, in grado di essere modello di azione e stimolo alla possibilità di tornare a nutrire grandi aspettative, come hanno saputo fare coloro che ci hanno preceduto.
Noi rischiamo di accendere e spegnere il computer o lo smartphone quasi con la stessa facilità, sembra ricordarci la giornata di oggi, con cui accendiamo o spegniamo la nostra capacità di essere in grado di vivere grandi speranze impegnandoci, insieme agli altri, per raggiungerle e renderle conquiste comuni, per cui con-gioire e con-vivere.
Alle autorità civili, militari, religiose, al delegato del sindaco di Casirate d’Adda, ai rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma, agli studenti ed ai docenti, ai referenti di gruppi, enti ed associazioni che operano a Treviglio e per i trevigliesi, a tutti coloro che qui oggi partecipano alla commemorazione, un ringraziamento sincero.
Se torniamo a casa, stamattina, con un pensiero in più di riconoscenza e di ringraziamento, possiamo condividerlo con gli altri nello spirito di dedizione ed impegno che tutti coloro che sono caduti in tutte le guerre per la nostra libertà ci hanno saputo mostrare.
Noi possiamo rendere oggi questo evento, liberato dal rischio di un passato che lo offuschi, un momento vitale: il nostro “mi piace” ed il nostro “condividi” non si fermano pertanto nelle pagine di un social network ma diventano concreta ed attiva azione quotidiana se nel nostro agire riportiamo in vita attese, aspettative, passione, dedizione e sacrificio di coloro di cui oggi facciamo memoria, proprio perché oggi – e come ogni giorno, se ci impegniamo a seguirli – è la loro e la nostra festa, una solennità della quale – nella dimensione della ordinaria quotidianità – avremo il piacere di dire “mi piace” e “condivido”.
Viva l’Italia!

martedì 25 dicembre 2012

Regali di Natale

«224. Nell’ambito delle risorse del Fondo per lo sviluppo e coesione assegnate alla Regione Siciliana di cui alla delibera Cipe n. 1 del 6 marzo 2009, l’importo di 35 milioni è utilizzato dalla medesima regione per le finalità di cui al comma 225, anche per l’attuazione dei programmi direttamente applicabili, di cui all’articolo 12, del decreto legge 27 febbraio 1968, convertito in legge n. 241 del 1968.
225. Per le finalità di cui all’articolo 4-bis del decreto legge 24 giugno 1978, n. 299, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1978, n. 464, e successive modificazioni, anche al fine di definire i contenziosi in atto, ai comuni di cui alla medesima disposizione è attribuito un contributo di 10 milioni di euro per l’anno 2013. Con decreto del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, il contributo di cui al presente comma è ripartito tra i comuni interessati nel rispetto delle quote percentuali determinate nel decreto del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti 2 agosto 2007».

1)Il "direttamente applicabili" del comma 224 ed il decreto da adottare "entro 90 giorni" mi lasciano un po' perplesso. Perché? Vedi il punto 2.

2) Legge di stabilità 2012: rifinanziamento per 35 milioni di euro alla Regione e 10 milioni ai comuni per gli eventi del terremoto del Belice (1968). L'emergenza non finisce mai.

sabato 7 luglio 2012

Fuori registro

«Tra tutti i ripetenti, l'insegnante è il più ripetente di tutti. Gli studenti, come sassi di una fionda, fanno un po' di giri e poi finiscono via. L'insegnante resta, anno scolastico dietro anno scolastico, imbambolato dalla giostra su cui è salito a sei senza sapere che non ne sarebbe sceso più». Ricordo con piacere la lettura di questo romanzo di Domenico Starnone, Fuori registro. È stata un'avventura particolare, quella di quest'anno, con una delle classi qualitativamente meglio impostate (nonostante, all'esame, gli esiti dello scritto di italiano, i peggiori della mia carriera scolastica...) e disposte al lavoro. Nel momento in cui si chiude l'avventura e penso al prossimo anno, all'idea di far coesistere ancora -seppur con qualche difficoltà di agenda- presidenza, sindacatura ed insegnamento, beh, resto sempre più convinto del fatto che io non riesca a fare a meno dello stare in classe, del discutere con fanciulle e fanciulli che diventano grandi, del costruire insieme un pezzo di strada leggendo e commentando le parole di altri, già grandi, che ci hanno preceduto. Un modo come un altro per dire che a settembre si ricomincia, dalla terza (A, naturalmente), e che spero questo blog potrà servire ancora.

venerdì 3 febbraio 2012

Non m'è mai piaciuta la neve

e, ieri, la mia convinzione s'è consolidata; non sono mai stato tanto in tensione quanto ieri pomeriggio, dopo aver concordato con i sindaci di Romano e Caravaggio l'ordinanza per la sospensione delle lezioni. Un pomeriggio passato a domandarmi se la scelta fosse la migliore possibile, quali disagi avrebbe potuto provocare e, d'altro canto, quali rischi si sarebbero potuti affrontare tra oggi e domani viste le severe previsioni sul maltempo. E mi sono tornati in mente la mia mattinata a scuola, i 7 alunni su 24 della "mia" quinta, i dati sulle assenze richiesti alle scuole trevigliesi (dal 5 all'84%), i ritardi negli arrivi ed i ricordi degli anni scorsi, quando il ritorno a casa a volte sembrava una sintesi dell'odissea. Ci sono stato male, davvero; più di quanto non lo sia stato da molto tempo: nemmeno la decisione di candidarmi a sindaco, lo stress della campagna elettorale, la tensione dei turni di votazione hanno avuto lo stesso, strano e davvero spiacevole, effetto. Molti "mi piace" di alunni soddisfatti, qualche lamentela di genitori costretti a fermarsi a casa (ma, lo ricordo, le scuole non sono state chiuse: sono state sospese le lezioni, cosa ben diversa...) per stare con i figli più piccoli.  Di sicuro, l'idea che un "protocollo Treviglio" per la prossima emergenza possa strutturarsi su un'azione preventivamente condivisa con dirigenti scolastici, prefettura, ufficio scolastico provinciale e sindaci dei comuni per evitare l'incertezza delle ultime ore e, soprattutto, evitare di far percorrere inutili kilometri di strada ad alunni che a scuola troveranno solo pochi compagni con cui trascorrere il tempo in attività per lo più tutt'altro che didattiche. Non m'è mai piaciuta la neve; con la decisione di ieri abbiamo intaccato al massimo l'1% del calendario scolastico annuale delle lezioni. Visto quanto c'era e c'è in gioco, abbiamo creduto fosse un rischio da correre.

domenica 6 novembre 2011

Memoria, memorie

È da un po' che non giro da queste parti; leggendo le statistiche degli accessi mi accorgo di aver seminato il panico, qualche giorno fa, avendo costretto i miei alunni di quinta a girare da queste parti per cercare indicazioni per un lavoro (che faremo giovedì prossimo...) su I Malavoglia. Ma il silenzio del blog è stato compensato da tante occasioni per parlare in pubblico, per interventi scritti e verbali sugli argomenti più disparati, connessi ai vari incontri che ho avuto la fortuna/il piacere/l'occasione di fare. È, il mese di novembre, un periodo caratterizzato dal ricordo, sia per le solennità che lo aprono, nel calendario liturgico, sia per la concomitante commemorazione dei caduti di tutte le guerre. Per ciascuno, insomma, un'occasione per guardarsi un po' alle spalle ed intravedere i segni del proprio passato, i compagni del proprio cammino e avere sempre maggiore consapevolezza del riflesso pubblico di ogni nostra azione, indipendentemente dal ruolo o dalla professione che svolgiamo. Ero a Treviglio, stamattina, per la commemorazione ufficiale dei caduti di tutte le guerre; ho percepito in molti dei partecipanti la volontà di esserci non per una ritualità stanca ma per la viva convinzione della necessità della memoria. E, mi pare che finché saremo in grado di fare memoria, soprattutto di momenti di difficoltà e di crisi come quelli che hanno attraversato coloro che ci hanno preceduti, saremo in grado di affrontare anche la nostra crisi, le nostre quotidiane difficoltà.

lunedì 29 agosto 2011

Bar: dentro & fuori

Ho fatto pochissima "vita da bar", preferendo frequentare, tempo fa, l'oratorio.
Ma trovo che questo pezzo di Ilvo Diamanti, su La Repubblica di oggi, possa davvero offrire spunti interessanti.
Ai miei tempi (...) i bar erano luoghi e centri sociali. Ci passavi le sere. Le domeniche. Uscivi di casa e andavi là, dove incontravi gli amici. Il barista era una figura leader della formazione giovanile. Veniva dopo i genitori, gli insegnanti e gli amici stretti. Andavi al bar. Poi decidevi dove recarti. Al cinema, a una manifestazione, a una festa, a zonzo. E ci tornavi più tardi. Peró potevi anche scegliere di rimanere lì. Di passarci la sera a giocare a biliardo, a calcetto, a carte. A bere, chiaccherare, tirare tardi. E, comunque e soprattutto, la vita del bar si svolgeva inevitabilmente dentro. Dentro. Il bar, come ho detto, era un luogo e un centro sociale in sè. E, in particolare, "un" bar. Dove si trascorreva gran parte del tempo libero.
Ora non è più così. Basta girare per le città per vedere che i giovani si ammassano "fuori". Davanti e intorno al bar. Occupano uno spazio ampio, variabile. Il marciapiede, l'intera strada (...).
I bar. Sono divenuti stazioni di passaggio di una vita itinerante. Di una generazione itinerante, sempre in movimento, sempre in viaggio. Perché costretta - o meglio, indotta - a vivere un eterno presente. Precario. Una generazione di passaggio. Alla ricerca di un luogo dove fermarsi, finalmente. Tra un bar e l'altro.
E, questo articolo, fa venir voglia di rileggere Bar Sport di Stefano Benni.

venerdì 1 luglio 2011

Ho corso troppo ma mi avete aspettato: grazie!

In poche occasioni, da quando l'ho aperto, ho trascurato così tanto il blog.
Inizialmente era uno strumento, anche innovativo, principalmente per condividere le risorse che, durante le lezioni, non si riuscivano a discutere. Lo accompagnava anche il desiderio di comunicare, come bene ieri sera mi ricordava Umberto (davvero uno dei miei "grandi" exalunni), che i prof hanno una vita anche fuori da scuola, nutrono passioni e interessi e spesso fa piacere comunicarne parte a coloro con cui si passa gran parte del proprio tempo. Poi è arrivato facebook (la parentesi di wave, purtroppo, è finita troppo presto): più comodo ed immediato, ma destinato a consumarsi subito, evaporando in fretta. In questi giorni poi alla concitazione di fine anno (consigli di classe per i casi più problematici, incontri coi genitori, scrutini finali ed esami di maturità) s'è aggiunto l'avvio del mandato amministrativo, dopo una lunga ed intensa campagna elettorale. Mi ha rimproverato Massimo (altro grande...), che cura il suo blog e che aggiorna FB, pur avendo appena superato l'esame per la specializzazione, facendomi presente questo lungo silenzio. E ci ho pensato un po', perché oggi la giornata è stata convulsa come al solito, facendomi intrecciare ruoli diversi, incontri diversi ed emozioni diverse. Ci ho pensato perché quando qualcuno ti dice che vuole sentirti parlare o vuole leggere le tue due righe, beh, ti dà il segnale di una vicinanza che sta proprio nella condivisione non solo dei grandi momenti, ma anche delle piccole cose giornaliere.
Non mi riprometto di aggiornare quotidianamente il blog, non so se ce la faccio; ma credo che due parole in più non facciano male, perché è bello, davvero, sentire vicini quanti passano anche da queste strade virtuali e, magari, hanno trascorso qualche anno della loro vita di alunni come tuoi allievi. Ieri sera Massimo e Umberto li ho rivisti alle nozze di Silvia e Tommaso, due loro compagni di classe che fin dalla fine della terza liceo hanno iniziato una duratura e feconda relazione. Mi ha commosso, davvero, il vederli sposati (e, per di più, da don Damiano) così come l'aver ricevuto un invito alla cerimonia. È il tempo che ho sottratto alla frenesia del quotidiano e che ieri ho trascorso distesamente e con serenità ad avermi aiutato; ci aggiungo la passeggiata improvvisa di oggi pomeriggio, davvero inaspettata, con mio nipote, per le vie di Bergamo, dopo le corse tra maturità, MIA, Provincia e commercialista.
Riprendo in mano Seneca, citato in questi giorni di esami più volte come tragediografo che come trattatista, per rileggere una sententia di valore indiscutibile: «Exigua pars est vitae qua vivimus. Ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est» (De brevitate vitae, II 2). La dedico a chi corre troppo e, durante la corsa, dimentica o, meglio, trascura quanti gli stanno vicino, da tempo. Grazie a tutti, anche qui, per avermi aspettato.

sabato 28 maggio 2011

Rinasce una cascina (2)

Sono orgoglioso e (stra)contento per questo evento: recuperare la Valle d'Astino a Bergamo è un impegno che ci siamo assunti alla Misericordia Maggiore, con l'aiuto e il supporto di tutta la Città. A poco a poco ci stiamo riuscendo. Grazie!

giovedì 28 aprile 2011

Rinasce una cascina


Ci sono iniziative della MIA di cui vado estremamente fiero.
Questa è una di quelle!

domenica 10 ottobre 2010

Esperienze

Dalla poltrona di casa, di fronte al televisore ma quasi in posa da triclinio; dal letto ieri sera, con una serata finita presto quanto a interazione reale e proseguita ad oltranza sul versante digitale; girando per casa e in parte per il giardino, grazie alla copertura wifi nonostante qualche angolo ancora cieco (ho prestato l'airport al nipote perché possa sperimentare a casa sua l'esperienza della rete...) che presto sarà coperto; beh, direi che ci sono molti aspetti che rendono intrigante l'uso dell'iPad.
Ne avevo sentito parlare, finora; posso esserne testimone diretto, ora.

venerdì 17 settembre 2010

30 anni fa...






Presentando a genitori ed alunni delle prime, in questi giorni, il percorso scolastico che sta per iniziare, con un qualche sforzo mi sono riappropriato della "vecchia" terminologia: tornano anche a Treviglio, "ai Salesiani", la IV e la V ginnasio, dato che la sperimentazione se ne va progressivamente in soffitta e che la denominazione del "nuovo" liceo riprende un che dell'aulica tradizione.
Poi faccio quattro conti e, se è vero che dovremmo organizzare coi compagni di un tempo il ritrovo a 25 anni dalla maturità, per chi, come me, ha avuto un percorso "lineare" significa che sono trascorsi trent'anni dall'inizio di quella avventura... Giro su Facebook e ritrovo in serie le foto della mia classe (non usava ancora appenderle nei corridoi...); aver fatto 4/5 giorni di assenza in tutto il quinquennio (di cui tre per i "tre giorni" della selezione militare, come si usava ai tempi...) ha garantito che fossi presente al momento dello scatto. Lascio agli album di Facebook i commenti alle singole foto; per me è un piacere rivederle in questi giorni in cui sta iniziando di nuovo un anno scolastico; qui, tutte in fila, mi fanno ripensare con un po' di nostalgia a quei momenti. Ho la fortuna di esserci rimasto, a scuola, e di aver condiviso e poter condividere da prof con altri alunni (in genere, evitando le foto di classe...) tanti momenti, talvolta essendomi sentito una sorta di compagno di classe molto molto cresciuto. Scrive Domenico Starnone, autore che di scuola se ne intende, che «tra tutti i ripetenti, l'insegnante è il più ripetente di tutti»; credo sia vero, e credo anche che possa essere piacevole, questa ripetenza sempre rinnovata.

giovedì 9 settembre 2010

Sulle unità orarie da 60 (nooo!), 55 e 50 minuti

Contattato in questi giorni da alcuni alunni sulle modifiche all’orario scolastico, cerco di rispondere in breve alle domande di chiarimento che mi sono pervenute.
La scansione oraria di quest’anno tiene conto di alcuni vincoli:
1) l’avvio delle classi “riformate”, in cui il carico orario è ben diverso rispetto agli anni precedenti e che devono convivere con chi è già al secondo, terzo, quarto o quinto anno;
2) la volontà di non imbarcarsi nella logica del “passiamo tutte le ore a 60 minuti”, come è successo in molte scuole, che avrebbe comportato la necessità di rientri pomeridiani per tutti, viste le 33 ore settimanali di lezione;
3) l’intenzione di evitare lezioni al pomeriggio, anche per il professionale, così da dedicare questi tempi allo studio o ai corsi integrativi
4) l’obbligo di rispettare, nell’anno e nel quinquennio, la quantità di ore che la normativa (resa più stringente in termini di rispetto delle “ore da 60 min…”) prevede perché il corso possa essere conforme alle richieste.
Abbiamo cercato di cambiare il meno possibile e di impattare sulla prassi consolidata nella misura più dolce; la sesta ora del mercoledì consente di chiudere il quadro delle 29 ore al venerdì e di liberare le prime liceo; le cinque e quattro unità orarie del sabato a 55’ permettono di “recuperare” minuti preziosi che per garantire il monte ore annuale; la settimana scolastica si “alleggerisce” progressivamente, almeno in termini quantitativi, sul finire della settimana, dando modo di operare – si spera – un più efficace recupero per la successiva.
Non è l’orario perfetto, di sicuro, ma crediamo sia la soluzione più vicina alla prassi di questi anni (caratterizzati dalla "scuola lunga", con le 33, 34 o 36 ore che si potevano affrontare solo con "unità orarie" da 50', a meno di voler portare la brandina a scuola...) e, al contempo, rispettosa di tutti i vincoli imposti. Il confronto e la pratica durante quest’anno ci permetteranno di verificare i correttivi da apportare per il futuro.

Chi abbandona è abbandonato

Senza maestri che appassionino restano le «vogliuzze»

«Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali. Una vogliuzza per il giorno e una per la notte: salva restando la salute. "Noi abbiamo inventato la felicità" – dicono e strizzano l’occhio. Io ho conosciuto persone nobili che hanno perduto la loro speranza più elevata. E da allora calunniano tutte le speranze elevate. Da allora vivono sfrontatamente di brevi piaceri e non riescono più a porsi neppure mete effimere. Perciò hanno spezzato le ali al loro spirito: che ora striscia per terra e contamina ciò che rode... Ma, ti scongiuro: mantieni sacra la tua speranza più elevata!». A leggere queste parole di Nietzsche si rimane sbalorditi: aveva previsto la chiusura della mente borghese e la sua rinuncia alla vita.

Nessun uomo è un’isola e, parafrasando il poeta, si può dire lo stesso di uno studente che abbandona la scuola. Se abbandona, non fallisce lui solo, ma la scuola come relazione: genitori-insegnanti-studenti. I dati parlano chiaro, negli ultimi cinque anni uno studente su tre dell’ultimo quinquennio non arriva al diploma; nell’ultimo anno il 20% ha abbandonato il liceo e il 44% gli istituti professionali. La scuola dovrebbe essere, attraverso la cultura e il lavoro manuale, un trampolino di lancio per la scelta professionale più adeguata. Quello che posso dire, da professore, è che molti abbandonano perché la scuola appare loro inutile per ciò che vogliono essere e fare nella vita.

Durante un’estate da liceale squattrinato lavoravo in un cantiere come aiuto di un manovale: «Sei fortunato – mi ripeteva – perché puoi studiare: se potessi, io tornerei indietro». La scuola dell’obbligo non obbliga a rimanerle fedele perché non riesce a obbligarti: solo gli amori veri e grandi "obbligano" alla fedeltà. I ragazzi che si disperdono spesso non hanno trovato docenti in grado di appassionarli. Eppure la scuola dovrebbe essere un "andare a bottega": scoperta e incoraggiamento dei talenti personali per opera di maestri. Ho incontrato, con l’occasione del mio primo libro, studenti di tutte le città e percorsi. Ho trovato ragazzi di istituti tecnici affamati di letture, ben sapendo che avrebbero fatto l’elettricista, l’idraulico, l’informatico. Tutto merito di professori appassionati ai loro alunni, capaci di accendere nei ragazzi, attraverso la cura del pezzo di mondo loro affidato, lo sguardo su una vita più grande, più piena, più ricca.

Molti ragazzi abbandonano perché tanto un lavoro si trova: si guadagna subito e si realizza l’orizzonte ristretto delle «vogliuzze». Manca loro uno sguardo di più lunga gittata. Gli adulti descritti da Nietzsche riescono a spegnere quello sguardo, perché hanno rinunciato loro stessi a una vita più grande. Anche loro si accontentano del tutto e subito. Se i ragazzi non leggono libri, è perché gli adulti accendono la tv, invece di prendere in mano un libro. Se i ragazzi abbandonano la scuola, è perché gli adulti della scuola non sono interessati a loro. La crisi dei giovani è crisi di maestri. Io conosco centinaia di maestri capaci di provocare la nostalgia del futuro, provocando (chiamandole alla luce) le risorse migliori degli studenti. Di contro ci sono docenti che odiano i loro studenti, li umiliano e condannano all’abbandono, non solo della scuola, ma di sé stessi.

Nietzsche sferzava i benpensanti che trasformavano la felicità in vogliuzze e benessere, gli stessi che hanno criticato queste parole: «Allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla ricerca della vita più grande. Se penso ai miei anni di allora: semplicemente non volevamo perderci nella normalità della vita borghese. Volevamo ciò che è grande, nuovo. Volevamo trovare la vita stessa nella sua vastità e bellezza». Le ha pronunciate Benedetto XVI, qualche giorno fa. Nietzsche e il Papa sembrano d’accordo. Esiste un terreno sul quale la scuola sta mancando e non è questione di ideologie, ma di amore all’uomo. Nella scuola è dei docenti – alleati ai genitori – il compito di trasmettere una vita più grande e nuova attraverso le loro ore di lezione.
Alessandro D’Avenia su L'Avvenire dell'8 settembre 2010

sabato 17 luglio 2010

Vita, si uti scias, longa est.

È pubblicata su L’Eco di Bergamo di stamattina una interessante intervista di Francesco Mannoni a Marco Niada, autore di Il tempo breve (Garzanti, pagine 183, euro 12); ne riprendo un paio di passaggi.

1) sull’accelerazione del tempo
«Le grandi tappe che hanno impresso accelerazione al tempo sono state tre: l'orologio meccanico, la macchina a vapore e Internet. Il primo, nato a cavallo del 1300, ha creato l'ora eguale e quindi ha permesso di misurare anche la notte, coadiuvato dalle clessidre a sabbia che hanno permesso una sotto-segmentazione delle ore. L'orologio ha raggiunto una precisione al secondo attorno al XVIII secolo, in tempo per l'arrivo dell'invenzione seguente: il treno a vapore. Questo, con tutti i derivati successivi, automobilistici e aerei, ha accelerato talmente la velocità degli spostamenti da portare alla cancellazione dell'ora locale e a una crescente standardizzazione del tempo con la divisione in meridiani. Internet ha dato il colpo fatale, con il virtuale azzeramento della relazione tra spazio e tempo, che ci permette di essere assolutamente ubiqui e gestire la giornata a piacere, conservando messaggi a cui rispondere in tempi successivi o rispondendo in tempo reale indipendentemente dal fuso orario in cui ci troviamo. Internet viaggia quasi alla velocità della luce e ci permette ormai di operare nel business "alla velocità del pensiero"».


2) sulla nostra nuova (in)capacità di gestione del tempo
«Con l'arrivo dei telefoni intelligenti e Internet il nostro tempo privato è sempre più mescolato a quello del lavoro, dato che non riusciamo più a porre barriere agli stimoli che ci arrivano dall'esterno. Dunque siamo sempre più eterodiretti ed eterogestiti nostro malgrado. I network sociali come Facebook e Twitter, le informazioni 24 ore su 24, gli sms, le telefonate degli amici ci tengono in uno stato di eccitazione continua anche fuori dal lavoro. A questo punto tutto diventa estremamente difficile perché, anche se riuscissimo a mantenere un controllo delle nostre priorità, potremmo essere percepiti dagli altri come pigri, maleducati o arroganti. Internet obbliga a una disponibilità assoluta verso il prossimo, come l'allattamento a piacere dei neonati».

Tornano alla mente le parole di un classico, con cui è spesso faticoso confrontarsi (in sede di esame di maturità) ma che ha offerto, nel De brevitate vitae, elementi inetressanti di rilessione: "Vita, si uti scias, longa est. Exigua pars est vitae qua vivimus. Ceterum quidam omne spatium non vita, sed tempus est" (La vita, se la si sa impiegare (bene), è lunga. Esigua è la parte di vita che viviamo. Tutto il resto dell'esistenza non è vita, ma è tempo). Me ne accorgo anch'io, quando mi prendo il tempo per superare la concitazione dei giorni appena trascorsi, quando riesco ad uscire dalla galleria degli "occupati" (sempre senecanamente parlando) e (ri)trovo il tempo per tornare a scrivere qualcosa sul blog; c'è bisogno di un po' di slow-thinking, di tanto in tanto...

ps: e prendo l'occasione per tornare a suggerire questo libro di S. Kern, davvero un capolavoro, a mio avviso...

domenica 14 febbraio 2010

Compleblog: 5

Festeggio il quinto anno online del blog, che s'è visto affiancare, crescendo, da facebook, anobii ed altri strumenti di social-networking.

Riguardavo le foto del primo anniversario con un misto di commozione e malinconia: cravatte e camicie perdurano, il nero nei capelli un po' meno...